13/05/2002 - PER UNA TEOLOGIA DELLA LAICITÀ SECONDO I FRATELLI MARIO E LUIGI STURZO
Autore: Prof. S. Latora  -  Sede: catania

A due interrogativi vorremmo, in qualche modo, poter rispondere con questa nostra indagine.
E' possibile giustificare la tesi che nell'opera di Don Luigi Sturzo, precorrendo essa lo spirito e le indicazioni del Vaticano II (LG., 30-38 - GS.,40-45) e della Christifideles Laici (1988) ci sia a fondamento una TEOLOGIA DELLA LAICITÀ?
E, in secondo luogo, che l'opera di Luigi Sturzo andrebbe messa in rapporto con quella del fratello, Mons. Mario, vescovo di Piazza Armerina, che ebbe certamente un ruolo di stimolo e di integrazione, sicché, per una esegesi corretta e una comprensione adeguata, occorrerebbe studiare in parallelo le opere dei due illustri figli della terra di Sicilia e protagonisti della Storia della Chiesa nella prima metà del nostro secolo?
Ma è necessario studiare il passato?
Certamente nei momenti di crisi; e a maggior ragione oggi, in una società dell'immagine, televisiva, senza radici, è necessario ritornare alle proprie origini, per comprendere meglio il presente e per cercare di sapere quale strada percorrere verso il futuro.
Ma perché studiare proprio la storia dei due Fratelli Sturzo, che più che due vincitori sono stati, nel loro tempo, due vinti!
Per quanto riguarda il nostro argomento, l'Esortazione apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo II, del 30-12-1988, costituisce una vera e propria pietra miliare sulla strada di una " teologia del laicato"; essa, come si dice nella introduzione, è scaturita dal tema affrontato dal Sinodo dei Vescovi dell'anno precedente: " Sui fedeli laici e sulla loro vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo a vent'anni dal Concilio"
Il documento del Magistero papale parte significativamente dalla citazione del passo del Vangelo di Matteo (20, 1-2) : "Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna".
E' il mistero della vigna, l'immagine che esprime la realtà del Popolo di Dio, cioè quella moltitudine di persone, uomini e donne, chiamati dal Signore e mandati a lavorare nella sua vigna. La vigna, continua l'Esortazione, è il mondo intero che deve essere trasformato secondo il disegno di Dio, in vista dell'avvento definitivo del Suo Regno.
Chi sono i Laici? Per rispondere a tale domanda si ricorre al documento conciliare Lumen gentium, n° 31 (21-11-1964): " Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa,...L'indole secolare è propria e peculiare dei laici...Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio" (LG.,31).
Anche se la categoria che presiede a tali affermazioni conciliari ci sembra quella tomista del "distinguere per unire", fa giustamente discutere quel "ad esclusione"!, perché mostra di riproporre una spartizione del terreno operativo: il sacro agli uni, i chierici; il profano agli altri, i laici. Mentre, se si guarda ad una Chiesa come Popolo di Dio, pur nelle sue varie articolazioni o carismi, si scopre l'unità di tutti i suoi membri, fondata sulla vocazione comune a tutti per il battesimo e la cresima: è la Chiesa come comunità dei credenti in Gesù Cristo. Alla luce della evoluzione contemporanea verso una Chiesa sinodale, sembrano dunque inadeguati termini come laico-chierico, mentre si mostrano più pertinenti le espressioni: cristiano, fedele.
Ritorna allora in primo piano l'antico rapporto Chiesa-Mondo, per la cui adeguata lettura forse andrebbero usati modelli come quello "DIARCHICO" di Luigi Sturzo o l'altro della "OPPOSIZIONE POLARE" di Romano Gardini: ma diarchia e opposizione polare considerati in modo interconnesso, in relazione reciproca tra di loro, come sostiene Luigi Sturzo, che certamente ha avuto sempre presente il Neosintetismo filosofico del fratello Mario, e in modo più esplicito, a cominciare dalle sue "Sintesi sociali" (1900-1906).
"La bipolarità corrisponderebbe a una doppia rappresentanza: a quella dall'alto e a quella dal basso. In pratica ciò significa che noi costituiamo la Chiesa quale comunione articolata in modo tale che la responsabilità e le istanze della base ecclesiale e la responsabilità e gli impegni dei detentori del ministero ufficiale rimangono reciprocamente collegate e relative l'una all'altra. Si pensi quindi a dei modelli di comunità a due poli, a delle strutture diocesane e universali nelle quali, ad esempio, un parroco e la sua comunità, o un vescovo e la sua diocesi, nella loro autonomia sono reciprocamente in relazione, cosicché nella Chiesa non dovrebbero sussistere, in linea di tendenza, dei meccanismi e delle vie decisionali che producono allo stesso tempo dei vincitori e dei vinti".
A giustificazione ulteriore della tesi che vogliamo sostenere istituiamo un confronto tra filosofia e teologia. Come in filosofia si distingue tra "filosofia in senso proprio", che è quella che affronta le grandi questioni, che riguardano l'essere, il dovere, il destino dell'uomo, il valore della persona, della libertà, della democrazia, il senso della vita, le possibilità della conoscenza, le modalità del pensare rigoroso, ecc. e "filosofia di...", che affronta problemi più particolari e si specifica in filosofia della storia, della scienza, filosofia della religione, filosofia del linguaggio, filosofia della politica, filosofia del diritto, ecc. ; così ci sembra possa dirsi della distinzione tra "teologia" e "teologia di...".
La teologia del laicato sarebbe pertanto una specificazione della teologia generale o fondamentale, come si costruisce una teologia dell'educazione, una teologia della storia, una teologia della politica, una teologia al femminile, ecc.
Il discorso filosofico è quello che si pone dal punto di vista della totalità, ha carattere critico, ha il compito di conferire senso e di ricercare un fondamento al sapere; il discorso teologico, a sua volta, ha "la funzione di ricercare un'intelligenza sempre più profonda della rivelazione, in accordo col magistero dei pastori e in armonia con le istanze della ragione e con le acquisizioni delle varie discipline scientifiche" .
Pertanto ci chiediamo se nei due fratelli Sturzo possiamo trovare in nuce una teologia del laicato, ma è meglio dire della laicità.
Proseguendo nella nostra tesi interpretativa, secondo la quale il pensiero e l'opera dei due fratelli Sturzo si integrano, si completano e si illuminano a vicenda , cercheremo di rispondere positivamente esaminando alcuni testi significativi dei due Autori.
Mons. Mario Sturzo (1861-1941), nominato vescovo di Piazza Armerina nel 1903, nella sua prima lettera pastorale, ripropone con forte accento l'imperativo rivolto dal Pontefice Leone XIII al clero: "Uscite di sacrestia!, perché guardate un lato solo del Cristianesimo, e solo vi affaticate a una attuazione parziale di esso? Uscite di sacrestia, andate, andate in traccia della smarrita pecorella; se occorre, lasciate le altre, che sono ben custodite, nell'ovile... .
Sono parole, queste, il cui significato innovativo va colto nel contesto dell'epoca in cui il vescovo scrive. La Rerum Novarum è stata promulgata da circa dodici anni e sarebbe certo ingenuo pensare che bastasse un'Enciclica per cambiare profondamente la diffusa mentalità clericale e conservatrice che caratterizzava la Chiesa italiana dell'inizio del secolo. Tale indirizzo va però storicamente giudicato come mezzo di difesa della Chiesa dinanzi a tanti fatti, a cominciare dalla Rivoluzione francese, che avevano sconvolto l'ordine precedente. Basti pensare, per quanto riguarda l'Italia, dopo la proclamazione dell'unità nel 1861, alle Leggi Siccardi del 1866, alla presa di Roma nel 1870, che costrinse il Papa a vivere in esilio nei Palazzi Vaticani.
Non bisogna dimenticare inoltre il liberalismo imperante, la presenza della Massoneria, la dilagante miseria, l'analfabetismo, le condizioni di estrema povertà del Mezzogiorno d'Italia, come rilevato anche dall'inchiesta Sonnino-Franchetti del 1876, la nascita del socialismo, i fatti di Milano del 1898, il regicidio del 1900, per ricordare solo alcuni avvenimenti che non potevano non inquietare gli animi più sensibili di allora.
Il Vescovo Sturzo non parla esplicitamente di corresponsabilità del laicato nella Chiesa, l'ecclesiologia di comunione del Vaticano II è ancora lontana e ci vorranno quasi novant'anni per leggere le dichiarazioni dalla Christifideles Laici, ma lo stesso spirito, a nostro parere, è già in qualche modo presente nel suo magistero.
Dalla lettura della lettera pastorale che abbiamo ricordato, si ricava tra le righe l'ansia del pastore che anela a camminare in comunione con tutto il suo gregge in tutte le sue varie articolazioni. Dopo aver richiamato il clero ai propri doveri di apostolato, egli così continua: "Anche a voi del laicato è rivolta la nostra parola, perché anche di voi abbiamo bisogno per l'opera della restaurazione sociale in G(esù) C(risto) che ridonda principalmente a vostro vantaggio temporale, e più, spirituale. Voi delle classi alte, voi delle classi umili, voi spiriti eletti, dedicati allo studio, voi anime semplici consacrate al lavoro manuale, tutti appelliamo, tutti vogliamo cooperatori, tutti stringiamo al seno come fratelli e figli in G(esù) C(risto). L'opera vostra a quella del clero disposata, renderanno presto codesta illustre diocesi l'oasi fortunata in mezzo al deserto della odierna desolazione" .
Alla lettura di queste righe si resta particolarmente colpiti per la non comune lungimiranza del Vescovo, di cui vorremmo così sottolineare alcuni aspetti significativi, che emergono dalla Lettera.
a) Appello al laicato.
Il Vescovo qui si rivolge a quella porzione di Popolo di Dio che è il laicato. L'uso in senso positivo del termine non è comune in altre personalità ecclesiastiche a lui contemporanee. In un'epoca in cui si riteneva la Chiesa distinta in chierici e non chierici, rivolgersi direttamente ai laici, è un aspetto interessante da sottolineare.

b) Necessità della cooperazione del laicato.
La restaurazione sociale in Gesù Cristo non può essere affidata esclusivamente al sacerdote. Egli dovrà annunziare e testimoniare il Vangelo, riportare l'uomo a Dio attraverso i sacramenti, ma è il laico ad avere competenza specifica sulle realtà secolari.

c) La Chiesa di Cristo va costruita con il disposarsi dell'opera del clero e del laicato.
Solo con un comune sforzo di evangelizzazione e di apostolato tra sacerdoti e laici di qualunque ceto sociale si può realizzare una Chiesa che sia immagine della speranza di quel deserto della odierna desolazione che è il mondo.

d) L'ecclesiologia di comunione.
Lo stile e gli appelli che il Vescovo rivolge a tutto il suo popolo non hanno nulla di paternalistico ed autoritario, richiamo tipico della gerarchia di quel tempo. L'efficacia del suo ministero episcopale viene da lui in persona implicitamente collegata alla collaborazione di tutti i suoi fratelli e figli in Gesù Cristo, e tutti, clero e laici, sono, ciascuno per le proprie competenze, calorosamente chiamati a farsi apostoli del Vangelo.

Anche da questa schematica elencazione mi pare si possa affermare che qui ci sono già in nuce quei fermenti e quell'agire nascosto dello Spirito Santo che poi porterà la Chiesa intera al Concilio Ecumenico Vaticano II e che nel fratello Luigi emergono con maggior chiarezza.
Su Mario Sturzo, le cui numerose opere sono introvabili perché non più riedite, si è scritto poco, anche in questi anni, pur così ricchi di fermenti ecclesiali ( la sua riscoperta potrebbe iniziare dal Convegno del 1993, svoltosi a Piazza Armerina) ; di Luigi Sturzo abbiamo l'Opera Omnia, diversi Centri e Istituti a lui intitolati, oltre alla Cattedra Sturzo e ai Liberi Seminari e il benemerito CISS (Centro Internazionale Studi L. Sturzo) di Roma, e non si contano gli studi e le ricerche sul suo pensiero, anzi oggi tutti desiderano appropriarsene, di destra, di centro, di sinistra, quasi a dimostrazione che esso è diventato patrimonio di tutti.
E' recentissima la notizia che per Don Luigi Sturzo, uomo di Dio, è stata avviata la causa di canonizzazione .
Nulla o quasi si è scritto sui fecondi rapporti tra i due Fratelli Sturzo!
Severino Dianich, in alcuni rapidi ma essenziali passaggi della sua opera: Chiesa in missione. Per una ecclesiologia dinamica, ricorda che Luigi Sturzo, "politico di grande profondità teologica, già nel 1937 (anno della edizione francese di Chiesa e Stato), prima di K. Ranher e di H. De Lubac (ma aggiungeremo, prima ancora del teologo del laicato, Y. Congar), ha sostenuto esplicitamente il rapporto dialettico tra natura e grazia, tra chiesa e mondo" . Già G. De Rosa ci aveva messo su questa via, quando nel suo Sturzo, tratta de "La storicizzazione del divino" e de "La preghiera" , e anche M. Pennisi che dedica il volume: Fede e impegno politico in Luigi Sturzo, a questa problematica, pur essendo la sua indagine limitata alla fase giovanile del pensiero sturziano .
Luigi Sturzo è certamente il più grande pensatore socio-politico cattolico della nostra epoca. La sua opera è da porsi in continuità e sviluppo con quella di un Rosmini, di un Gioberti, di un Toniolo, nel contesto del Movimento cattolico non solo in Italia, e va ristudiata, sicuramente contestualizzandola e storicizzandola, insieme con quella inseparabile del fratello Mario, ma vista anche in maniera prospettica, perché, dopo il temporaneo fallimento, comincia finalmente a mostrare le sue grandi potenzialità per un rinnovato corso dei cattolici.
Non è difficile pertanto sostenere che la nuova sociologia integrale di Luigi Sturzo e la sua dottrina politica del popolarismo hanno un solido fondamento teologico.
Come per il fratello, Mons. Mario, Vescovo sociale, anche per don Luigi Sturzo il punto di riferimento dottrinale ed ecclesiale per la sua azione sociale e politica è stata la Rerum Novarum di Leone XIII con la nota esortazione: "Uscite di sacrestia! Perché guardate un lato solo del cristianesimo, e solo vi affaticate a una attuazione parziale di esso?". Riteniamo si possa rintracciare questo nostro assunto, di un Luigi Sturzo, cioè, "teologo della laicità" ante litteram, a conferma anche della intuizione del Dianich, e della interpretazione del p. Bartolomeo Sorge , attraverso almeno quattro tappe fondamentali, che si possono documentare con:
I-Il Discorso di Caltagirone del 1905 .
II- L'appello: A tutti gli uomini liberi e forti, del 18-1-1919, che è la base del programma
per la nascita del PPI.
III- Il volume: La società. Sua natura e leggi- Sociologia storicista (1935).
IV- I volumi: La vera vita. Sociologia del soprannaturale (1943). Problemi spirituali del
nostro tempo (1945).

il discorso del 1905, pronunziato a Caltagirone il 24 dicembre, presso il locale Circolo dei Democratici Cristiani e pubblicato più volte su riviste e volumi, anche senza avere ottenuto l'imprimatur, per contingenti motivi di opportunità , viene considerato da Luigi Sturzo come il migliore dei suoi scritti e, come confida al De Rosa "che per 14 anni, fino alla fondazione del PPI non ha fatto altro che seguire la linea politica lì tracciata".
Vi descrive il suo progetto per la costituzione di un partito nazionale di cattolici, poiché, partendo da una analisi storica dettagliata del Movimento Cattolico precedente, egli ritiene il laicato avviato verso una autonoma e matura responsabilità.
Ma, se l'analisi è corretta e se il laicato è maturo per tale impegno, perché dovettero passare ancora 14 anni, prima che si arrivasse alla effettiva nascita di un partito di cattolici? La ragione si trova in due nodi storici che costituiscono due pregiudiziali, individuate con profonda intuizione da Sturzo, e che poi sono alla base della marcia indietro della Graves de Communi (1901) rispetto alla grande apertura della Rerum Novarum (1891).
E cioè in quell'ibridismo costituzionale dell'Opera dei Congressi, che ha messo il Movimento Cattolico in un vicolo cieco, perché con quella impostazione potevano verificarsi due ipotesi entrambe difficili da realizzarsi: "o far entrare Papa e vescovi nell'ambito delle lotte, delle discussioni e delle passioni umane... come in un partito, in una specie di rinnovato medioevo con i poteri misti di pastorale e di spada o doveva impedire che l'opera laica... varcasse i limiti di un campo puramente religioso" .
La prima ipotesi è impossibile oltre che dannosa alla stessa Chiesa, che non ha più certo la missione che aveva nel medioevo; la seconda mette in una incomoda posizione la S. Sede, quando a causa della confusione di ruoli e competenze le si chiede un avallo ufficiale per l'azione politica.
Chiarito quell'ibridismo, per Luigi Sturzo è possibile la fondazione di un partito politico dei cattolici, che abbia carattere laico e aconfessionale.
L'altra pregiudiziale che bisogna risolvere, secondo Sturzo, è la Questione romana.
"Si avverta poi che quando noi diciamo che il partito nazionale dei cattolici prescinde dalla questione romana, si intendono due cose: che esso non la pone come un primo politico nella sua azione, sicché esso debba andare in parlamento ed entrare nella vita pubblica con un programma da conseguire, fra cui il ritorno del potere temporale: non sarà mai possibile che un partito politico, e peggio il cattolico, possa risolvere con un'azione diplomatica o un atteggiamento parlamentare la questione romana, di cui il papa solo è l'unico giudice competente, ma anche l'unica forza attiva di una soluzione che mille fattori dovranno maturare. E quando dico dovranno maturare, non ho fatto un semplice atto di fede, che mi guarderei bene dal fare con una specie di senso profetico: ho semplicemente argomentato come uno statista che vede le ragioni dei fatti e ne intuisce il corso" .
Ormai un ritorno al potere temporale e alla teocrazia, osserva acutamente Sturzo, non regge più alla luce dei fatti e quindi anche una recrudescenza massonico-anticlericale ha perduto il suo mordente nella coscienza nazionale.
In questa analisi non sfugga quella che è la profonda conoscenza che Sturzo ha dei movimenti cattolici europei, di Francia, Germania, Austria, Belgio, Svizzera, ancor prima dell'esilio che inizia nel 1924! Pur nella diversità delle condizioni storiche, egli rileva che il criterio laico è quello predominante, e per questa ragione egli desidera che il titolo di cattolico non fregi il nuovo partito né gli istituti di ispirazione cristiana.
La natura del nuovo partito deve essere laica e autonoma, religioso invece nei motivi ispiratori e nelle finalità, tanto da fargli sostenere: "Noi intanto diamo così un carattere religioso al partito, in quanto che esso rappresenta un elemento di resistenza legittima all'urto degli avversari, non mai come ragione confessionalistica, come monopolio di vitalità religiose, come camarilla di affari ecclesiastici, ma come difesa autentica della Chiesa nella funzione di nuovi patrizi di Roma e patroni della santa romana Chiesa" .
Esso così risponderà meglio "agli ideali di quella rigenerazione della società in Cristo, che è l'aspirazione prima e ultima di tutto il nostro precorrere, agire, lottare" .
"E' logico adunque affermare che il neo-partito cattolico dovrà avere un contenuto necessariamente democratico-sociale, ispirato ai principi cristiani: fuori di questi termini, non avrà mai il diritto a una vita propria: esso diverrà un'appendice del partito moderato" .
E' un errore dunque credere che il pensiero di Luigi Sturzo e la fondazione del P.P.I. non sia altro che l'opera di un politico che organizza le masse cattoliche per dar voce a quelli che non avevano avuto voce durante il Risorgimento italiano; mentre alla base del pensiero e dell'opera di Sturzo c'è un fondamento religioso e teologico, e cioè la fiducia che Dio parla attraverso il popolo e che il popolo quindi è educabile e capace di autogoverno.
Comunemente si fa partire la nascita del popolarismo con l'appello: "A tutti gli uomini liberi e forti" del 18 gennaio 1919 dall'albergo S.Chiara in Roma, e con la formulazione del programma e dello statuto del P.P.I., che uno storico della portata di F.Chabod ritenne "l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo, infatti, con la costituzione del partito popolare i cattolici si presentano nella vita politica italiana come massa compatta e organizzata, e forniti di un proprio ben definito programma" . E' naturale che lo Chabod sottolinei la novità dell'aspetto storico e politico, ma il popolarismo sturziano non è solo questo, perché esso è la sintesi di tutto il processo del Movimento cattolico e che veniva quindi da lontano. "Veniva dall'Opera dei congressi, come ha scritto con acutezza P. Ungari, il senso umano dei bisogni e delle speranze delle grandi masse umiliate, della radicale inanità di una politica circoscritta alla propaganda tra le classi dirigenti e medie..."
"Né si può trascurare il fatto che i protagonisti della tradizione del cattolicesimo sociale, da don Luigi Cerruti a Giacomo Rumor a Giuseppe Micheli, alla nutrita schiera dei parroci, erano stati straordinari redattori di statuti di casse rurali, cooperative, unioni economiche, di patti colonici e di contratti di affittanze agricole, tutta una materia, questa, che richiedeva articolazioni di progetti e piani di lavoro, distinzioni e responsabilità.
Sturzo era stato con Ivrea fra gli elaboratori più attenti di leggi e statuti comunali, oltre ad aver ricoperto per venti anni la carica di sindaco. Aveva, dunque, la mano adatta e l'esperienza per utilizzare la grande e complessa tradizione associativa del movimento cattolico, per mettere a profitto la cultura accumulata...
C'è, dunque, dietro lo statuto PPI, una lunga tradizione di statuti e regolamenti, proprio dell'associazionismo di marca cattolica. Quest'ultimo non sarebbe però bastato da solo a inventare quel singolare partito di massa, ma, al tempo stesso, selettivo, riformatore su premesse etiche di ispirazione cristiana, che fu il PPI senza la filosofia politica di Sturzo, senza cioè il passaggio dall'organizzazione di resistenza clericale alla coscienza del partito moderno" . Ma non diremmo solo filosofia politica, perché alla base ci sta anche una teologia politica, che ha le sue matrici in G.B.VICO, in V.GIOBERTI, A.ROSMINI, G.VENTURA, nel pensiero filosofico e teologico del fratello vescovo M.STURZO, ma soprattutto trova il motivo ispiratore nel Vangelo, secondo cui il Dio padre della creazione vive nel cuore di ogni uomo e guida il suo popolo.
E' dunque l'anima cristiana che ispira e contraddistingue l'opera di Sturzo, tuttavia senza confusione di piani o ibridismi. "E' superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicismo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione...Sarebbe illogico dedurre da ciò che noi cadiamo nell'errore del liberalismo, che reputa la religione un semplice affare di coscienza, e cerca quindi nello stato laico un principio etico informatore della morale pubblica; anzi è questo che noi combattiamo, quando cerchiamo nella religione lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva; ma non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa, né abbiamo diritto di parlare in nome della Chiesa, né possiamo essere emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici, né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica" .
E' un grande esperimento, quello di Sturzo, che allo stato moderno panteista, stato etico nel senso di assoluto morale o primo etico della società, egli oppone il popolarismo, che si fonda su una corretta teologia la quale ispira un laicato ormai maturo per assumersi in proprio le sue responsabilità.
Nella sua importante opera: La società, sua natura e leggi (1935), che si lega a quella precedente: Sintesi sociali (1906) e si completa ne: La vera vita- Sociologia del soprannaturale (1943) e nelle altre: Del metodo sociologico (1950) e Problemi spirituali del nostro tempo (1945-1961), Sturzo espone i temi della sua sociologia nuova, o, come egli preferisce chiamarla, sociologia storicista, per differenziarla sia da quella positivistica sia da quella etico-sociale (cattolica) .
L'impianto teoretico è chiaramente quello di un umanesimo integrale di ispirazione cristiana, che si esplica in una concezione organica della società.
"La società, così, è una specie di proiezione multipla, simultanea e continuativa delle attività individuali. Perciò per noi la sociologia non è altro che una vera antropologia sociale" , da cui deriva la sua concezione della politica, ma anche quella della economia, come si dimostra nello studio di Alfio Spampinato , e quella del sindacato, come si evidenzia nella ricerca di Giuseppe Acocella .
La concezione sturziana della storia si fonda sul rapporto di immanenza e trascendenza, evitando così l'immanentismo storicistico del Croce e del Gentile e rifacendosi esplicitamente a Giambattista Vico che definisce la storia come " una teologia civile ragionata della Provvidenza divina" .
Ecco perché ribadiamo che a nostro parere si può pienamente giustificare nel pensiero e nell'opera dei due fratelli Sturzo un fondamento teologico della laicità.
Diciamo teologia della laicità piuttosto che teologia del laicato ( come è in Y. Congar che vuole rivendicarne l'autonomia rispetto al clero), per indicare una condizione che è di ciascun membro del popolo di Dio, pur nella diversità dei carismi.
L'usiamo quindi nel senso originale ed etimologico del termine laico=dal latino ecclesiastico laicus, in greco laikòs=popolare, da laòs=popolo.
Mentre i termini laicato e laicismo si connotano per opposizione: laicato=complesso dei laici contrapposto a clero; laicismo=contrapposto a confessionalismo e clericalismo.
L'aconfessionalità della politica in L. Sturzo è una rivendicazione della universalità dell'impegno concreto e storico di ogni cristiano e di ogni uomo; quindi egli ha chiaro, prima ancora del Vaticano II, la teologicità dell'impegno terreno terreno di ogni uomo, esplicitamente in chi ha coscienza di essere cristiano, ma implicitamente anche negli altri, che secondo il teologo Rahner sono cristiani anonimi!
Padre Bartolomeo Sorge in un interessante saggio di qualche anno fa, con la sua consueta chiarezza, dopo avere individuato i tre elementi fondamentali del popolarismo sturziano , afferma che per Sturzo "non vi può essere popolarismo cristianamente ispirato, senza rispetto per la laicità e l'autonomia della politica e per il legittimo pluralismo delle scelte e dei programmi. Il superamento del clericalismo intransigente non porta inevitabilmente al laicismo, né pone i cattolici in una specie di limbo, in una sorta di terra di nessuno, politicamente neutra e asettica. Una militanza politica matura, ispirata ai valori cristiani, esige invece una sintesi vitale nuova tra fede e storia, una mediazione nuova, in termini di umanesimo integrale, dei principi teologici e dei valori etici della rivelazione cristiana" . Ma, ad integrazione di quello che scrive p. Sorge, per esplicitare il concetto di pari dignità fra laico e chierico bisogna, a nostro parere, ricordare che Sturzo ha rielaborato due concetti fondamentali, quello di DIARCHIA, che gli permette di leggere teologicamente la storia, e quello di TRASCENDENZA.
Per Luigi Sturzo tutta la realtà sociale e storica si svolge secondo un proprio dinamismo passando dalla DUALITÀ alla DIARCHIA, e cioè dalla polarizzazione delle forze in modo spontaneo alla dualità istituzionale. Egli infatti scrive: "Noi troviamo dappertutto un incessante polarizzarsi di forze in due campi distinti, ora sotto un nome ora sotto un altro. Questo continuo dualizzarsi della vita sociale ora ci si presenta come irriducibile e in perpetua lotta, ora invece come conciliabile e in felice collaborazione...
Questa dualità fondamentale, che risponde alla natura stessa dell'uomo fatta di ragione e di senso, per essere utile ai fini della natura, deve arrivare ad ulteriore risoluzione sintetica, altrimenti sarebbe sterile...Nel movimento dinamico di dualizzazione e nella tendenza permanente di unificazione si va costruendo e riadattando sempre quel che i giuristi chiamano l'istituzione" ad es. la famiglia, il comune, lo stato, la chiesa, l'università e così via.
"Per DIARCHIA intendiamo la formazione di due poteri sia dentro ciascun gruppo che nell'ambito del complesso sociale...I due poteri formanti la diarchia debbono riguardarsi l'uno come il garante e difensore dello status quo, l'altro come il propulsore dei cambiamenti...Nei regimi parlamentari si presume che la diarchia sia formata da un lato dal capo dello stato (re o presidente) con i suoi ministri, e dall'altro, dal popolo con il suo parlamento; e si presume anche che l'uno rappresenti la parte stabile e l'altro la parte dinamica. Nel fatto può aversi sia una collaborazione effettiva, sia un contrasto distruttivo del sistema statale, od anche una subordinazione passiva di uno dei poteri all'altro...
Quest'ultimo caso può dar luogo alla reazione da parte di una forma estranea che divenga essa rappresentante della corrente riformatrice in nome di qualche ideale generalmente sentito, e rimetta in efficienza la diarchia sopra una nuova dualità" .
Il pensatore politico siciliano passa poi ad esaminare la diarchia: Stato-Chiesa. Come si può notare, Sturzo si è richiamato in modo originale alla teoria gelasiana dei due poteri e al neosintetismo del fratello Mario; ma si possono riscontrare affinità con il principio di polarità di Romano Guardini, coi Sentieri dell'uno di Bruno Forte etc.
Nei confronti poi di una impostazione politica come quella di Carl SCHMITT , per il quale il potere sorgerebbe dalla dialettica amico-nemico, direi che per Sturzo non si tratta di andare contro qualcuno per affermarsi, ma di essere per qualcuno anche per il cosiddetto nemico o meglio avversario. Un lontano richiamo si potrebbe avere con il concetto gramsciano di egemonia, che però appare con tutta evidenza monco, di fronte alla integralità delle dimensioni di cui è portatrice la concezione sociologica sturziana!
"RISOLUZIONE e TRASCENDENZA" è il titolo del capitolo XII de La società sua natura e leggi, che è in qualche modo riassuntivo di tutta la concezione sociologica sturziana. "L'errore fondamentale, scrive Sturzo, sta nella falsa concezione della società come entità per sé stante e finalistica; mentre la società è in fondo una coesistenza di individui e una proiezione della personalità umana" .
Lo stato è solo un mezzo perché la persona umana progredisca; la concezione sociologica di Sturzo ha al centro la persona umana che è sintesi vivente della società, infatti "l'individuo è persona in forza della coscienza e la società è tale per la coesistenza congiunta e consapevole di più persone nel loro intendere, volere ed esprimersi" . Ma per arrivare alla sintesi vivente occorre la risoluzione nella individualità, che solo la persona può operare: pertanto la socialità parte dall'individuo-persona, e si risolve nell'individuo-persona, come un continuo ciclo delle sintesi del divenire umano, che attraversa le varie forme, primarie e secondarie, di società, culminando in Dio, che è trascendenza finale sia individuale che sociale . Per Sturzo TRASCENDENZA indica il superamento dei limiti per passare da uno stadio sociale ad un altro: "Non opponiamo trascendenza ad immanenza nel senso che quel che trascende non abbia base nella realtà; per noi trascendenza indica il passaggio processuale verso un altro termine, che a tale passaggio chiama. Onde il passaggio non è quello che va dalla realtà sperimentale all'astrazione mentale, ma quello che va da una realtà ad un'altra, ambedue spiritualmente vissute" . Anche qui una ulteriore conferma del fondamento teologico della laicità, quando egli descrive la tensione ultima di ogni uomo come la risoluzione dell'umano nel divino.
"La società di noi con Dio è una trascendenza finale, non puramente ideale, ma reale e vivificante e tale da dare significato a tutta la nostra vita. Sotto questo punto di vista potremo dirla una risoluzione dell'umano nel divino, perché il divino viene a noi, ci vivifica. Dal punto di vista strettamente sociologico e naturale il divino è in noi come razionalità, sia quale conoscenza sia quale finalità, ed è quello che ci rende uomini e ci fa sociali" .
Alla base di tali affermazioni ci sta la sua concezione gnoseologica, che si rifà a quella del fratello Mario, e al suo concetto di storicismo, diverso da quello immanentistico del Croce e del Gentile, perché di matrice vichiana e soprattutto cristiana.
"Il grande filosofo moderno della storia non è Hegel, è Vico, colui che meglio ha visto la relazione intima tra il fare e il conoscere, che ha rilevato il valore del pensiero vissuto negli avvenimenti, l'involucro della realtà nella leggenda e nella poesia; colui che ha intuito per primo la processualizzazione storica. Le due demarcazioni moderne della teoria della storia, la immanentistica pura e la immanente-trascendente, non possono non prendere il punto di partenza da Vico .
Dopo Hegel l'ha fatto Benedetto Croce, ma il suo contributo, pur notevole, non è uscito dal circolo chiuso della pura immanenza.
La teoria immanente-trascendente della storia, secondo Luigi Sturzo, non ha avuto un adeguato svolgimento; tuttavia si trovano tracce importanti di Maurice Blondel, in Jaques Maritain e nei numerosi studi di teologia della storia dedicati al tema del soprannaturale e storia, che fanno bene sperare. Sturzo ha liberato la politica da ogni idolatria; in lui si può sostenere la fondazione di una teologia dalla laicità, con questa differenza, che altri ne hanno parlato, mentre egli ne ha iniziato la pratica realizzazione, in uno dei settori più controversi della storia umana.
Concludendo, si possono istituire alcuni paragoni significativi.
Come S. Tommaso, sulla base del pensiero di Aristotele, rivendicò alla teologia dignità di scienza universale, alla stregua di ogni altro sapere che presenti le sue credenziali di fronte alla ragione senza appello principale alla fede; così Sturzo rivendica nel popolo la legittimità delle proprie scelte politiche.
E ancora, come Galilei pose in chiaro la distinzione fra il linguaggio della fede che insegna come si vadia in cielo, mentre la scienza insegna come vadia il cielo; così Sturzo, sostenendo il principio aconfessionale della politica, pone una netta distinzione, che non vuol dire separazione, fra l'assoluto cui ci guida la Chiesa, e il fallibilismo proprio della politica.
Egli si ispira a grandi pensatori come Vico, Gioberti, Rosmini, Ventura e ne prosegue con efficacia e lungimiranza il cammino.



Salvatore Latora
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